Sostenibilità ambientale della sharing economy

La Sharing Economy è realmente il modello più sostenibile per l’ambiente? Quali sono gli impatti ambientali dei settori dello sharing?

Indice

    Sharing economy: benessere e sostenibilità

    La sharing economy nasce come sistema economico alternativo. Produzione, disuguaglianza, distribuzione non equa della ricchezza, modelli produttivi non sostenibili dal punto di vista ambientale e inquinamento, vengono sostituti con le attività di riciclo, riduzione, ridistribuzione e riutilizzo.

    Quando c’è prosperità e benessere, l’essere umano si trova nelle migliori condizioni per evolversi, per costruire la propria identità e per affermarsi economicamente. I due termini sono legati all’idea di progresso e di accumulo di ricchezze, ma possono comprendere anche una dimensione ambientale e sociale.
    La sostenibilità è fonte di creazione del valore. Secondo una ricerca di Mckinsey, la sostenibilità influenza positivamente la creazione del valore nel lungo e nel breve termine ed è legata alla reputazione dell’impresa. Il termine sostenibilità viene applicato all’ambito sociale ed ambientale, e si riferisce anche allo sviluppo e ai comportamenti di consumo. L’obiettivo è attivare strategie di sviluppo per la protezione dell’ambiente in cui opera e di contribuire al benessere della società nel lungo periodo.

    La sharing economy è un modello in cui la condivisione, la partecipazione attiva e la sostenibilità diventano i nuovi mezzi per raggiungere un benessere rispettoso dell’ambiente. Offre un’alternativa di consumo sostenibile e con un minore impatto ambientale.

    La sostenibilità come chiave della condivisione

    Assumere un comportamento di consumo che sia sostenibile ha un peso notevole nella scelta di partecipare a piattaforme e attività di condivisione e di collaborazione. La condivisione permette di ridurre gli impatti sull’ambiente, migliora le dinamiche sociali ed economiche, e conserva le risorse per le generazioni presenti e future. Il consumatore mostra un interesse per i prodotti e i servizi “green” con minori impatti ambientali e di conseguenza è disposto a investire il proprio tempo ed energie nella ricerca di un’alternativa più sostenibile.

    Nonostante il fattore della sostenibilità ambientale sia un’importante determinante, è stato evidenziato come spesso gli venga attribuito un peso poco incisivo. Solitamente viene data maggiore importanza ai benefici economici rispetto a quelli ambientali e di conseguenza l’utilizzo di prodotti e di servizi di sharing avviene soprattutto perché rappresenta una possibilità di risparmio o guadagno.

    Quali sono i benefici della sostenibilità ambientale?

    I benefici in termini di sostenibilità ambientale che vengono riconosciuti sono:

    • utilizzo più efficiente delle risorse;
    • riduzione degli sprechi;
    • minore inquinamento, quindi minore impatto ambientale.

    Quando il consumatore comprende gli effetti positivi nel lungo periodo che questi servizi possono portare, aumenta la possibilità che li assuma come modello e stile di consumo in modo definitivo. Infatti, affinché si generino impatti significativi nel lungo periodo è necessario che questi comportamenti entrino nella routine di ogni consumatore, ma è anche importante che avvenga un cambiamento dei valori su cui è basata la società, ad esempio lo status e l’appartenenza al pari dei prodotti materiali.

    Il dibattito sulla sostenibilità

    Il dibattito sulla sostenibilità della sharing economy inizia quando si insinua l’ipotesi che il sistema in realtà sia in grado di perseguire e sostenere obbiettivi di sostenibilità e riduzione degli impatti solo nel breve periodo. Se si considera un intervallo temporale più ampio, i dubbi persistono. L’obiettivo della sostenibilità si potrebbe convertire in un traguardo irrealizzabile con il rischio che il nuovo modello finisca per appiattirsi sul modello di produzione e di sfruttamento delle risorse.
    In alternativa, viene sostenuta la tesi per cui la sharing economy può concretamente rappresentare una risposta adeguata per diminuire le emissioni di carbone e conseguentemente gli impatti che queste hanno sul pianeta.

    È corretto affermare che la condivisione necessita di uno sfruttamento minore di risorse e che quindi genera minori impatti ambientali poiché riduce la domanda e la produzione di nuovi beni. Ma si favorisce la ridistribuzione, il riuso e il massimo sfruttamento delle potenzialità dei beni già prodotti in un “mercato secondario”, diminuendo così gli sprechi, lo sfruttamento delle risorse e l’inquinamento dovuto dalla produzione.

    Perché è difficile arrivare ad un’affermazione comune sul tema della sostenibilità?

    Ciò è dovuto al fatto che è molto complicato valutare la natura e quantificare gli impatti che genera sull’ambiente. Ci sono tante domande e dubbi riguardanti la sostenibilità della sharing economy. Alcune persone affermano che bisogna semplicemente evitare di comprare prodotti nuovi, favorendo così il riuso in un secondo mercato, per avere degli effetti positivi. In realtà, per valutarne gli effetti ecologici, si dovrebbe analizzare in modo più profondo la questione. Infatti: quando un consumatore scambia o cede un vecchio prodotto, può comprare liberamente, con un ritorno economico, un nuovo prodotto ad alto impatto ambientale poichè nessuno glielo vieta e nessuno può controllarlo.

    L’alternativa della sharing economy è realmente più efficiente in termini di utilizzo di risorse?

    È sicuramente un sistema alternativo poiché si basa su valori e principi che sono in grado di incontrare una domanda diversa. Non vuole sostituire il sistema tradizionale ma ha creato e sta creando nuovi mercati e attività. Rimane molto difficile affermare se la condivisione genera un modello di business sostenibile e se comporta una maggiore efficienza nell’uso delle risorse. Può essere utile e necessario fare un bilanciamento tra aspetti positivi e aspetti negativi.

    I fattori che sostengono il principio di una maggiore efficienza sono:

    • l’estensione della vita dei prodotti;
    • la massimizzazione dell’utilizzo;
    • l’ottimizzazione delle risorse impiegate;
    • la condivisione, attraverso cui si favorisce un maggiore sfruttamento del bene, quindi il suo sovra-utilizzo e il suo deterioramento anticipato;
    • l’impiego di risorse aggiuntive e di mezzi di trasporto, per estendere la vita di un bene e per renderlo condivisibile.

    La sharing economy può essere considerata un sistema che favorisce la creazione di un modello di consumo sostenibile, con minori impatti ambientali di quello tradizionale. Ma si tratta di un fenomeno ancora troppo recente per poter prevedere in modo attendibile le traiettorie future. La possibilità che si affermi come modello che può concretamente contribuire alla riduzione dell’inquinamento dipenderà dal fatto se sarà o meno utilizzata da un numero di consumatori ampio.

    L’impatto ambientale della mobility sharing

    La mobility sharing utilizza nuove forme di energia. È un modello che spinge ad un approccio ecosostenibile con veicoli che non fanno più affidamento sui combustibili tradizionali, ma alle nuove tecnologie elettriche. I veicoli elettrici sono conosciuti per essere dei mezzi che non inquinano in quanto utilizzano la propulsione elettrica per la marcia e sono silenziosi. Nelle principali città sono presenti apposite aree di soste provviste di una colonnina per la ricarica elettrica. Rispettano maggiormente l’ambiente e sono caratterizzati da un basso costo nei rifornimenti rispetto ai veicoli a combustibile fossile. Si tratta di una vera rivoluzione nel campo della mobilità condivisa grazie a mezzi con zero emissioni.

    Con il termine mobility sharing si intendono numerosi sottogruppi: car sharing, bike sharing, scooter sharing, ride sharing e carpooling, e molti altri.

    Il car sharing: meno veicoli in circolazione?

    Nel car sharing, i veicoli utilizzati sono piccole auto e la maggior parte dei viaggi sono brevi ed effettuati da soli o da due persone. Se ci sono molte persone, i servizi di sharing offrono modelli più grandi da scegliere in base al comfort e allo scopo del viaggio. Il cliente può così fare una scelta consapevole per risparmiare carburante e ridurre le emissioni di CO2. I veicoli in sharing sono più nuovi rispetto a quelli privati, quindi con un miglioramento dei motori, dell’efficienza del carburante e dei livelli di emissione. Eliminano dalle strade circa 10 vetture private e la città guadagna spazio da destinare alla mobilità pedonale, ciclabile oppure al verde. I clienti di car sharing desiderano alleviare l’onere per l’ambiente e diminuire il traffico cittadino. La riduzione di auto private porta a una diminuzione del traffico e delle aeree di parcheggio. Questa scelta porta con sè un vantaggio per tutti.

    Il bike sharing: aspetti positivi ma anche negativi

    Il bike sharing è un’alternativa sostenibile per muoversi in città. Il programma di sharing consiste nel noleggiare autonomamente biciclette pubbliche grazie a una tessera elettronica o a una chiave codificata e non duplicabile. È possibile prendere in autonomia la bicicletta e riconsegnarla in un punto di raccolta diverso da quello di origine, scegliendo il più vicino alla destinazione. Riduce la congestione dei trasporti e di consumo di energia, gli impatti ambientali e le emissioni di gas nocivi, con un miglioramento della salute pubblica. I programmi di bike sharing hanno esternalità positive sull’economia, sul consumo di energia, sull’ambiente e sulla salute pubblica. Ma ne hanno anche di negative, come la manutenzione e la gestione delle biciclette, che sono comunque problemi controllabili e risolvibili.

    Lo scooter sharing: è davvero così ecologico?

    Lo scooter sharing, quindi l’uso del monopattino/scooter elettrico condiviso e privato si sta diffondendo molto velocemente. Rappresentano un modo più ecologico per spostarsi in città: sono silenziosi e soprattutto a zero emissioni. Guidare uno monopattino elettrico non genera gas di scarico poiché è alimentato esclusivamente da un motore elettrico. Crea così zero inquinamento atmosferico quando viene utilizzato, ma anche quando è in carica in quanto l’energia è più neutra della benzina o diesel. Un’auto emette 650 grammi di CO2 per km, le emissioni di uno scooter in sharing che percorre la stessa distanza sono di circa 202 grammi. Ma entrambi producono zero emissioni e consumano quantità simili di elettricità durante la ricarica.

    Però, sul monopattino elettrico si hanno alcuni dubbi. I ricercatori della North Carolina State University, guidati da Johnson, hanno calcolato la quantità di emissioni di CO2 legate alla produzione, distribuzione, ricarica, raccolta e smaltimento dei mezzi. Il risultato è che i monopattini elettrici sono sicuramente più ecosostenibili dell’automobile e che l’impatto ambientale dell’elettricità utilizzata per ricaricare i monopattini elettrici è molto ridotto e pesa per circa il 5% del totale. Ma il vero impatto in termini di emissioni di CO2 proviene da due aree. La prima è l’utilizzo di veicoli inquinanti per raccogliere e ridistribuire i monopattini. La seconda sono le emissioni legate alla produzione dei materiali che li compongono, come litio per le batterie e alluminio per il telaio.

    Il ride sharing e il carpooling: grandi innovazioni per l’ambiente

    Il ride sharing è “on demand”, cioè un servizio su richiesta. “In tempo reale” poichè è un servizio commerciale che opera in aree urbane, dove i veicoli guidati da privati possono essere prenotati in tempo reale attraverso un’applicazione. Il carpooling (riguarda principalmente il servizio di sharing “BlaBlaCar”) è un sistema di condivisione di un’automobile con altre persone che devono percorrere lo stesso tragitto.

    I loro benefici sono soprattutto ambientali. I viaggiatori possono occupare, come passeggeri, i posti vuoti nelle auto in circolazione, invece di viaggiare con la propria auto. Così, con solo l’1,6% in più di auto nelle strade, si riducono le emissioni di CO2 del 26%. Hanno un minore impatto ambientale con una riduzione dell’inquinamento e un miglioramento della congestione del traffico. Un dato notevole è quello del carpooling aziendale, che ha permesso ai dipendenti un risparmio complessivo di quasi 5,9 milioni di km e di ben 832 tonnellate di CO2 nell’atmosfera.
    Ma hanno anche benefici economici, come il risparmio sul carburante, sui pedaggi e sui costi di parcheggio.

    L’impatto ambientale dell’accommodation sharing

    Con la crescita della sharing economy, sta avvenendo una rivoluzione nel settore turistico. I dati mostrano come le unità di alloggio turistiche siano arrivate al 60%, mentre l’attività degli hotel sul 30%. Perché sta avvenendo ciò? L’economia collaborativa non è più uno scambio di beni tra privati, ma si è convertito in un sistema di affari vero e proprio. L’accommodation sharing è la condivisione di spazi, alloggi e camere. Viene definito come un accordo tra due parti, una consente l’accesso all’abitazione o ad alcuni spazi all’altra parte per un periodo di tempo limitato.

    Attualmente, non ci sono molti dati riguardanti l’impatto ambientale che ha generato e genera la sharing economy, ma per molti si tratta di una forma di turismo rispettoso. I servizi della sharing economy non permettono solo un utilizzo efficiente delle risorse, ma anche un minore impatto a livello di inquinamento. Si riduce l’inquinamento idrico, elettrico, di emissione di CO2 o sostanze tossiche nell’aria, che gli hotel producono in più rispetto agli alloggi di sharing. Riesce a limitare anche la produzione poiché la manifattura di un prodotto ha un forte impatto sull’ambiente. Infatti, condivide e mette in comune “ciò che già si ha”, come ad esempio i viaggiatori che alloggiano in appartamenti o camere già esistenti. Ciò porterebbe un freno alla costruzione o all’allargamento di hotel, con conseguenza positiva per le aree storiche e naturali che subirebbero meno danni.

    Perché condividere gli alloggi aiuta l’ambiente?

    I sostenitori della sharing economy, Botsman e Rogers, affermano che la condivisione è un modo più sostenibile di vivere e gestire un’impresa poiché è necessario produrre meno beni per fornire valore agli utenti. Sostengono che l’economia della condivisione prolunga la durata di vita di molti prodotti aprendo i mercati dell’usato e aumentando l’intensità dell’uso di prodotti che inizialmente erano utilizzati solo dai loro proprietari. Allo stesso modo per gli alloggi, gli appartamenti e le case di proprietà di privati ​​vengono condivisi e la inattività si riduce.

    Nel settore degli alloggi, le persone che in precedenza non potevano permettersi un alloggio turistico possono ora accedere ad alloggi di proprietà privata tramite accordi di condivisione con prezzi più bassi. Per quanto riguarda gli alloggi condivisi gratuiti, può verificarsi l’effetto di rimbalzo, con un aumento del consumo sia di alloggio sia di viaggi. Infatti, uno studio condotto da Tussyadiah e Pesonen mostra che l’uso di alloggi espande la selezione della destinazione, aumenta la frequenza dei viaggi e la durata del soggiorno nella destinazione.

    L’accommodation sharing ha un forte impatto dal punto di vista ambientale. Quando gli utenti aumentano il loro consumo di alloggio negli hotel tradizionali, si ottiene un aumento della pressione sull’ambiente dovuta a maggiori emissioni di gas serra o dall’uso delle risorse. Diversamente avviene, invece, quando i viaggiatori soggiornano in camere o appartamenti offerti da piattaforme di sharing. Come dimostrato in uno studio di Chenoweth, l’accommodation sharing ha un profilo ambientale più favorevole rispetto al settore alberghiero tradizionale.

    Quali sono le differenze tra le tradizionali strutture alberghiere e gli alloggi condivisi?

    La piattaforma turistica Airbnb ha commissionato uno studio per dimostrare i benefici dell’Accommodation Sharing sull’ambiente.
    Lo studio “Environmental Impacts of Home-Sharing”, condotto dal Cleantech Group nel giugno 2014, mostra che i soggiorni in sharing hanno generato un consumo energetico inferiore, il 63% in meno negli USA e il 78% in meno in Europa, rispetto a quello in hotel o strutture alberghiere. Ma anche uno spreco minore delle risorse idriche, il 12% in meno negli USA e il 48% in meno in Europa. Questi fattori hanno contribuito ad una maggiore sensibilizzazione delle tematiche ambientali nella grande maggior parte dei fruitori. L’accommodation sharing sfrutta molte meno risorse. Alcune di queste sono: l’utilizzo energetico o delle risorse idriche per i numerosi servizi di lavanderia, pulizia, cucina e ristoranti, spa e campi da golf, piscine ed altre attività.

    I risultati dello studio commissionato da Airbnb

    Il Cleantech Group ha analizzato più di 8.000 risposte e ha condotto una ricerca sui livelli e sulle pratiche di sostenibilità degli hotel e dei residenti. Alcuni punti dello studio evidenziano che in Europa:

    • Gli ospiti di Airbnb hanno risparmiato l’equivalente di 1.100 piscine di dimensioni olimpiche di acqua evitando anche le emissioni di gas serra pari a 200.000 macchine sulle strade europee;
    • Quasi il 79% degli host di Airbnb riportano di avere almeno un dispositivo energeticamente efficiente nella loro proprietà;
    • Meno della metà degli host forniscono prodotti monodose per la cura della persona ai loro ospiti, riducendo così gli sprechi;
    • L’89% degli host ricicla almeno una tipologia di articolo nella loro proprietà e il 94% degli ospiti ricicla quando possibile.
    • Gli ospiti sono il 10%-15% più propensi a utilizzare i mezzi pubblici, camminare o andare in bicicletta.

     “Airbnb sta mostrando il potenziale dell’home sharing e la recente ricerca dimostra che è possibile ridurre l’impatto ambientale per il settore travel con una crescita nelle opzioni di condivisione della propria casa.” Brian Mullis, Founder e CEO of global no-profit Sustainable Travel International.

    Lo studio ha infatti rilevato che i benefici ambientali dell’accommodation sharing hanno un impatto maggiore rispetto all’aumento dei viaggi indotti e che il nuovo modello di turismo sostenibile di Airbnb fa risparmiare risorse preziose.

    L’impatto ambientale del food sharing

    Negli ultimi anni sono stati effettuati numerosi studi sull’impatto ambientale proveniente dagli sprechi alimentari. È stato stimato che per produrre il cibo, che purtroppo verrà in parte scartato, vengono utilizzati:

    • 250 km³ di acqua dolce che proviene da sorgenti superficiali o da sorgenti sotterranee;
    • 1,4 miliardi di ettari di terreno agricolo, che corrisponde a circa il 30% della superficie di terreno agricolo del mondo;
    • si producono 3,3 miliardi di tonnellate di gas effetto serra.

    In aiuto arriva il food sharing, un sistema di piattaforme per la condivisione di generi alimentari, e il food swapping, cioè lo scambio di cibo.

    Il settore alimentare è infatti riconosciuto come un’area strategica per il consumo sostenibile e l’implementazione della produzione. La condivisione del cibo può avere un impatto positivo su tutte e tre le dimensioni dello sviluppo sostenibile. Consente un aumento del risparmio, contribuisce a creare e/o consolidare le relazioni sociali esistenti e riduce la produzione di rifiuti. Numerose iniziative e start-up stanno nascendo negli Stati Uniti e in Europa. Molte di queste sono incentrate sulla raccolta e l’uso del cibo in eccesso da consumatori e rivenditori e sullo sviluppo di modelli di consumo collaborativi.

    Quali sono i fattori che consentono una maggiore condivisione del cibo e quindi una crescente attenzione verso l’ambiente?

    I concetti di recupero e ridistribuzione del cibo hanno acquisito un’influenza crescente nelle strategie di riduzione dello spreco alimentare dei paesi industrializzati. In generale, il settore alimentare ha attirato una crescente attenzione anche da parte dei consumatori, portando allo sviluppo di nuovi movimenti alimentari tra cui il food sharing. Negli ultimi anni, le iniziative di condivisione del cibo sono aumentate nelle società più sviluppate attraverso una varietà di forme. Si parla ad esempio di reti web di cibo, ristoranti sotterranei, frigoriferi pubblici o iniziative private all’interno di famiglie formate da persone non imparentate, come studenti. La condivisione del cibo può assumere anche la forma di iniziative di vendita, donazione e baratto. Spesso sono start-up, che hanno l’obiettivo di scambiare gli avanzi, ma anche di cucinare e mangiare insieme.

    Nel complesso, nonostante una crescente consapevolezza del pubblico sulle questioni ambientali e l’attenzione di molti studiosi sull’impatto ambientale, l’evidenza empirica ha mostrato che, in generale, i consumatori che scelgono iniziative di sharing economy sono guidati principalmente da ragioni economiche piuttosto che ambientali.

    Però, la mancanza di relazioni sociali e di fiducia hanno dimostrato di avere gli impatti più negativi sulle pratiche di condivisione del cibo. Molti consumatori affermano di non sapere come viene conservato il cibo e se quindi sono sicuri o meno: gli avanzi sono percepiti come cibo che ha perso le sue qualità e aura originali. Esiste infatti una relazione conflittuale tra spreco alimentare e sicurezza alimentare. Inoltre, il ricircolo del surplus alimentare è molto complicato quando la condivisione avviene al di fuori del contesto domestico poiché le prestazioni culinarie e le abitudini delle persone che offrono cibo sono soggette a critiche.

    Gli studi di Morone e Lazell: la condivisione del cibo porta automaticamente a una riduzione dello spreco alimentare?

    La risposta non è scontata poiché le pratiche di condivisione del cibo comportano grandi sforzi. È anche importante che i consumatori comprendano meglio i vantaggi economici, in termini di risparmio, che l’uso di questa pratica può portare: è stata prestata poca attenzione per testare la reale efficacia della condivisione del surplus alimentare lato consumatore. Due teorici hanno provato a valutare l’esistenza di una relazione casuale tra condivisione del cibo e riduzione degli sprechi.

    Morone ha valutato l’impatto della condivisione del cibo sulla produzione di rifiuti, controllando le variabili che influenzano i comportamenti dei soggetti. I risultati mostrano che la condivisione di pratiche di acquisto e di consumo di cibo potrebbe comportare una riduzione della quantità di rifiuti alimentari per le famiglie con una consapevolezza ambientale ed economica. Si tratta ad esempio di un impegno nella raccolta differenziata, una conoscenza delle spese per la spesa alimentare, un’adeguata conservazione del cibo, e comportamenti collaborativi.

    Lazell ha mostrato che la condivisione del cibo è minata dal fatto che il comportamento di consumo alimentare è collegato ad azioni che determinano routine e abitudini. Esiste una teoria secondo la quale è importante agire su routine e abitudini collettive piuttosto che concentrarsi su misure basate sul cambiamento di comportamento solo a livello individuale.

    Le applicazioni mobili di food sharing sono utili o scatenano dei dubbi?

    La sharing economy è diventata popolare grazie alla creazione di applicazioni mobili. Però, il loro potenziale per ridurre lo spreco alimentare in modo sano e sostenibile viene messo in discussione. Le piattaforme aiutano a ridistribuire il cibo scartato in modo efficiente ma solo se c’è un vero interesse. A differenza di altri prodotti di seconda mano, lo spreco alimentare ha un valore economico basso e, quindi, i fornitori potrebbero non essere disposti a sostenere i costi di transazione, il tempo e lo sforzo necessari. I vincoli dell’offerta, sia per la quantità sia per la varietà di cibo, potrebbero ridurre la domanda di spreco alimentare poiché coloro i quali non riescono a trovare ciò che desiderano potrebbero abbandonare la piattaforma. Le barriere psicologiche potrebbero limitare la domanda di spreco alimentare: è dimostrato che spesso le persone non gradiscono gli articoli non nuovi, hanno dubbi sul consumo di acqua riciclata e sulle colture prodotte utilizzandola.

    Le implicazioni ambientali degli scambi di cibo non sono molto chiare. In generale, si pensa che l’economia della condivisione riduca gli impegni ambientali, ma alcune persone lo mettono in dubbio. Una ricerca rivela che le piattaforme di sharing possono stimolare una nuova domanda di beni durevoli, come automobili e alloggi, e servizi; allo stesso modo, la condivisione del cibo potrebbe portare all’aumento del consumo di cibo. In aggiunta ci sarebbero i trasporti per effettuare questi scambi di cibo che potrebbero annullare i benefici ambientali legati alla riduzione dello spreco alimentare.

    Inoltre, la condivisione di cibo potrebbe non essere un modo utile per affrontare l’insicurezza alimentare. Una ricerca, che esamina le dimensioni sociali dello sharing, indica che le popolazioni con reddito più basso e poca istruzione tendono a vivere in situazioni di insicurezza alimentare. Quindi, una buona base culturale è potenzialmente un prerequisito per una partecipazione di successo.

    L’impatto ambientale del fashion sharing

    Secondo il rapporto del 2018, realizzato dalla Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite, l’industria della moda produce il 20% dello spreco idrico globale. La produzione di una maglietta di cotone richiede 2700 litri d’acqua, la stessa quantità che una persona beve in due anni e mezzo. Il 10% delle emissioni mondiali di carbonio sono emesse dall’industria dell’abbigliamento e l’85% dei tessuti vengono portati in discarica. Si stima che circa il 35% del totale delle microfibre negli oceani provenga da abbigliamento e tessuti e che, entro il 2050, si prevede che l’industria della moda utilizzerà il 25% del bilancio mondiale di carbonio. Ogni anno le discariche del mondo inceneriscono 12 milioni di indumenti, le cui emissioni di CO2 contribuiscono in modo notevole all’inquinamento globale. Dal 1960 al 2015, l’aumento dei rifiuti tessili è dell’811% e si stima che ogni persona, ogni anno, consumi 34 vestiti buttandone via 14 chili.

    La sostenibilità fashion: renting e sharing

    Nel mondo si diffondono nuovi trend che interessano il mondo del fashion, dove le parole d’ordine sono ormai “renting” e “sharing”. Il target di consumatori al quale questa tipologia di servizio si rivolge è ben definito: si parla principalmente di donne tra i 25/29 anni e i 45/49 anni, che economicamente non avrebbero difficoltà ad acquistare capi di abbigliamento nuovi ma che decidono di fare una scelta consapevole, sia dal punto di vista economico sia ambientale.

    Questo nuovo modo di concepire la moda ha un impatto positivo sull’ambiente poiché consente di ridurre i volumi di produzione dell’industria tessile, che è al secondo posto dopo quella del petrolio per quantità di inquinamento prodotto. Negli ultimi anni, infatti, sono stati introdotti servizi di noleggio e condivisione di vestiti, accessori: si parla di fashion renting e fashion sharing. Ciò avviene soprattutto attraverso Internet. Sono presenti siti e piattaforme su cui è possibile consultare un catalogo di abiti, scarpe, borse e accessori per tutte le occasioni e per soddisfare le esigenze di un maggior numero di clienti.

    La sharing economy continua a crescere, ma secondo FashionUnited: “Se continua a crescere nel settore della moda potrebbe avere un effetto sottile ma profondo sui rivenditori e sulle imprese tradizionali”.

    Questo non significa che le persone smetteranno di fare acquisti nei negozi poiché acquisteranno lo stesso i capi basici come jeans e magliette, ma vuol dire che quando non li indosseranno più, li affitteranno ai consumatori allungando la vita dell’indumento.

    Come funziona il fashion renting?

    Il fashion renting è un noleggio vero e proprio: sui siti dedicati, per qualche giorno è possibile prendere abiti da sfilata con una percentuale di sconto che varia dal 10% al 20% sul prezzo di listino. Dopo aver selezionato ciò che si desidera noleggiare o prendere in prestito, lo si prenota per i giorni in cui serve (dai 4 agli 8 giorni) e tramite corriere arriva a casa.

    E il fashion sharing?

    Tramite il fashion sharing si può mettere a disposizione il proprio guardaroba, dando in prestito vestiti e accessori che si usano raramente, così i capi possono “vivere una seconda vita” e il proprietario può anche guadagnare dei soldi. Non tutti sono disposti ad indossare un abito di un estraneo, ma ovviamente vengono offerti capi puliti e stirati, come se fossero nuovi; inoltre, i vestiti e gli accessori spesso provengono dalle ultime collezioni, quindi al passo con le tendenze. Alcuni siti offrono anche abbonamenti mensili, tramite i quali si può accedere a un certo numero di capi al mese.

    Il fashion sharing è una rilettura del noleggio a cui vengono applicati i principi della sharing economy. Come spiega Caterina Maestro, fondatrice di DressYouCan:

    “L’utente ha la possibilità sia di prendere a noleggio abiti, che di mettere a noleggio (e dunque monetizzare) il proprio guardaroba, contribuendo al costante incremento del catalogo. Si crea così un circolo virtuoso di oscillazione tra fornitore e fruitore, con grande vantaggio economico, ecologico e sociale. Una sorta di Airbnb dei guardaroba, accessibile da ogni punto di vista: economico, fisico e ideologico. Di storage, tintoria, logistica e shooting degli abiti si occupa direttamente il nostro staff, in modo da assicurare all’utente la sicurezza di accedere solo a capi originali nuovi e/o come nuovi dalla qualità garantita e verificata di volta in volta, e, ai proprietari, la comodità di un servizio tutto compreso e la certezza del riconoscimento di un rimborso in caso di incidente”.

    Si tratta quindi di un radicale cambiamento, a 360° gradi, che è sempre più eco-friendly, dato che si riducono anche i costi della produzione tessile, la più inquinante subito dopo quella di olio e gas.

    Il cambio di rotta della moda: tessuti eco-friendly

    I prodotti e i tessuti eco-friendly vengono realizzati partendo dal rifiuto che viene trasformato in risorsa. Portano benefici alla salute soprattutto contro le allergie, poiché vengono usate sostanze naturali. Inoltre, la materia prima di scarto ha costi minimi e si può ottenere in grandi quantità, favorendo anche lo smaltimento.

    I designers stanno cercando dei modi per aiutare a ridurre l’impatto sull’ambiente adottando nuove tecniche per realizzare abiti, come il riciclaggio di tessuti e la produzione di prodotti con materiali eco-compatibili. Con la crescita della sostenibilità nel settore della moda, i consumatori chiedono trasparenza con i marchi.
    Secondo Amanda Van Eldik di Good On You: “Se un marchio non prende provvedimenti per diventare più sostenibile, può avere un impatto negativo sull’immagine del marchio e portare a un calo delle vendite. Se un marchio apporta miglioramenti e condivide questa storia con i propri clienti, può migliorare la fedeltà dei clienti e creare un’immagine di marca più positiva”.
    Ciò significa che il consumatore desidera che i marchi inizino a diventare sostenibili e rispettosi dell’ambiente, se questo non avviene si perdono i propri clienti e la fedeltà alla marca si sposta verso un’altra marca diversa.

    Il futuro della moda sostenibile è difficile da decifrare ma si può iniziare a vedere come l’industria della moda stia cambiando atteggiamento per ridurre l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra e a contribuire a rendere il mondo un luogo più verde e più felice.

    Alcune riflessioni

    In conclusione, si può affermare che la sharing economy è un sistema più sostenibile in confronto a quello tradizionale poiché prevede un’estensione del ciclo di vita dei prodotti, il riciclo e il riuso. Tutto ciò massimizza l’utilizzo di prodotti, riduce la domanda di produzione di nuovi prodotti e lo spreco di risorse, permette un uso più efficiente di quelle già utilizzate.

    Il fenomeno della sostenibilità ambientale della sharing economy si sta attuando grazie ai numerosi appelli da parte di organizzazioni a tutela dei diritti umani e dell’ambiente. Le aziende, i produttori e i consumatori si sono accorti che tutte le attività industriali dei secoli passati avevano certamente garantito loro un elevato standard di vita ma era stato a debito del pianeta. Si diffonde così un nuovo senso di responsabilizzazione generale che ha riportato e porta alla luce iniziative che prevedono il riutilizzo, lo scambio e la condivisione di risorse in termini di produzione e consumo, e che ha dato vita assieme alla tecnologia ai modelli collaborativi che nascono come alternativa ai modelli di consumo e produzione tradizionali.

    Fonti

    Sostenibilità ambientale della sharing economy:

    Mobility sharing:

    Accommodation sharing:

    Food sharing:

    Fashion sharing: